Questo era il progetto di produzione e scuola di cinema documentario RAI (2007-2014)

Viviamo da sempre di grandi titoli sulla Rai. In questi giorni siamo passati da quelli sulle dichiarazioni di Baglioni riferite ai migranti a quelli per il presunto rientro in pompa magna di una giornalista anni fa allontanata, disse l’azienda, per aver abusato come corrispondente da New York di denari pubblici. Quello che invece è passato quasi totalmente sotto silenzio, è un passo importante fatto dall’azienda pubblica col varo di RaiDoc,  la nuova struttura dedicata al genere documentario formalizzata con l’ultimo Cda. Non una libera  scelta dei vertici, ma un dovere imposto dall’ultimo Contratto di servizio sottoscritto da Rai col ministero dello Sviluppo economico, sancito da un passaggio dell’articolo 7 : “Assicurare un presidio aziendale dedicato allo sviluppo del genere documentario e al coordinamento dei relativi investimenti”. Un passaggio, questo, fortemente voluto e fatto inserire oltre due anni fa nel nuovo documento che concede a Rai l’esclusività del Servizio pubblico (e quindi anche l’incasso del canone) da Roberto Fico, allora presidente della Commissione di vigilanza Rai, da Vinicio Pelufffo (membro Pd della stessa commissione). E sia Fico che gli altri, sarebbe grave non sottolinearlo,  furono a loro volta sensibilizzati da una iniziativa precisa. Perché a chiedere a gran voce la nascita di quello che oggi è RaiDoc  fu, come ampiamente documentato anche dalle cronache dei tempi,  una battaglia civile che chiedeva all’azienda l’istituzione di un “Laboratorio permanente di produzione e scuola di cinema documentario”. Una iniziativa portata avanti fin dal lontano 30 ottobre 2007 dove, dalla sala stampa del Senato, il sottoscritto fu affiancato da Ettore Scola ( “Importante portare avanti questo progetto di Laboratorio Rai sui documentari”); a Sergio Zavoli (“Sono disponibile a mettere a disposizione la mia esperienza in un progetto che solo la Rai può e deve realizzare”); così come da Padre Alex Zanotelli, dalla Federazione nazionale della stampa, da alcuni sottosegretari e parlamentari del tempo e da vari rappresentanti della società civile con Articolo 21 che sostenne anche una partecipata raccolta di firme sul tema. Rilanciata nel 2013, durante la reggenza Tarantola – Gubitosi e con in testa alcuni giornalisti e documentaristi Rai come il compianto Santo Della Volpe e Filippo Vendemmiati, insieme al rinnovato sostegno di Sergio Zavoli, la campagna si affacciò anche a Venezia. Dove, alle Giornate degli autori della settantesima edizione del Festival del Cinema, oltre all’adesione e alla gratuita disponibilità di registi come Giuliano Montaldo e di sceneggiatori come Stefano Rulli, allora anche presidente del Centro sperimentale di cinematografia, registrò l’offerta di una vetrina ad hoc, durante le edizioni degli anni a venire, proposta dall’allora direttore della Biennale Alberto Barbera. Ma non fu tra i clamori del Festival veneziano che l’idea smise di camminare. Seguirono per mesi dibattiti e interventi sulla carta stampata, rassegne di documentari realizzate ad hoc, momenti pubblici come la prima assemblea di documentaristi Rai per sostenere il progetto organizzata alla Casa del cinema di Roma (presente tra gli altri anche Gerardo Colombo, allora membro del Cda Rai). E ancora: incontri con l’allora presidente della Vigilanza Rai Fico e poi Peluffo e così via. Perché si trattava di una proposta trasversale che rientrava nel campo largo di Rai come Bene comune che oltre alla sana valorizzazione delle risorse interne aveva (ed ha) il dovere di raccontare, documentare senza veli il Paese e i cambiamenti del mondo intero così come di tenere sempre viva la memoria su avvenimenti non solo legati alla contemporaneità. Ma nulla convinse i vertici Rai di allora a prendere concretamente in considerazione quel progetto nato del tutto fuori dalle segreterie dei partiti o da qualsiasi interesse di casta o lobby che dir si voglia. Così andava il mondo in quegli anni. Gli unici che successivamente vollero ricordarsi di far nascere quella struttura, pur senza la parte formativa legata alle giovani generazioni di autori, registi e tecnici, furono in primis i 5 Stelle con Roberto Fico e il Pd con Peluffo a far da capofila, come ricordato qualche riga fa. Questa, la verità storica dei fatti, inequivocabile, documentatissima. Nessuno per questo vuole medaglie di latta o  pur tardivi riconoscimenti, ma che almeno sia rispettata la vera storia di come e perché è nato questo nuovo e importante presidio di Servizio pubblico che ci auguriamo Rai riesca a non buttare alle ortiche.


Progetto Laboratorio
Produzione e scuola di cinema documentario

Perché Rai dovrebbe scegliere di istituire un Laboratorio-scuola permanente di documentari

Forte risparmio nei costi di produzione, grande ritorno di immagine e di autorevolezza in termini qualitativi e informativi, recupero di professionalità interne oggi sottoutilizzate o ignorate, e formazione di giovani documentaristi e tecnici della produzione e della post produzione, questa in stretta collaborazione con due scuole che rappresentano un unicum e due fiori all’occhiello nel panorama italiano legato alla formazione cinematografica e televisiva: il Centro sperimentale di cinematografia e l’Istituto Roberto Rossellini.
Questo ed altro porterebbe in casa Rai il Laboratorio permanente di produzione e formazione al cinema documentario che, con una consistente varietà di titoli e generi (una ventina all’anno senza contare altrettanti audio documentari), non sarebbe secondo a nessuna televisione pubblica o privata in Europa, neppure alla Bbc che non ha mai avuto una realtà così strutturata e poliedrica.
Con la realizzazione del Laboratorio interno, Rai potrebbe anche meglio giustificare la sua mission originaria che da anni è stata sempre al centro di molte chiacchiere ma pochi impegni concreti: quella di Servizio pubblico. Oltretutto il Laboratorio permanente potrebbe diventare un punto qualificante per Rai all’interno del nuovo Contratto di servizio.
Si può inoltre affermare che un progetto in grado di realizzare un sistema virtuoso come quello sopracitato, porterebbe l’azienda nel giro di tre, quattro anni, persino ad un ingresso con conseguente stabilizzazione nel mercato internazionale del genere documentario da cui fino ad oggi è rimasta in gran parte esclusa, mercato che tra l’altro viene segnalato in sensibile crescita.
Concretamente, rispetto alla produzione, il vantaggio più evidente sarebbe quello di un forte risparmio economico. Tra costi industriali e spese vive, in base ad una collaudata esperienza aziendale, possiamo affermare che un documentario di pezzatura classica (50-55 minuti) girato in Italia e prodotto internamente dalla Rai ha costi che si collocano tra i 20 e i 25 mila euro e, tenendo conto dei tempi canonici di preparazione e di quelli di riprese e post produzione, può vedere due titoli annui prodotti da ogni singolo documentarista. Con gli stessi tempi e lo stesso numero di titoli, per la realizzazione di un documentario girato all’estero, anche in zone calde del pianeta, si calcola una spesa tra i 30 e i 35 mila euro a pezzo. Confrontati con i costi di una produzione in appalto che lievitano non solo per diverse ed evidenti ragioni di guadagno, si può facilmente notare che il risparmio può essere di almeno due terzi sulla cifra totale per ogni titolo.
Da sottolineare, come accennato, che il Laboratorio interno sarebbe in grado di produrre annualmente, con una decina di documentaristi al lavoro, circa 20 titoli. Con la stessa forza lavoro altrettanti audio documentari potrebbero essere prodotti per le tre reti radiofoniche, sempre con costi molto contenuti rispetto ad un appalto esterno, si calcola tra i 6 mila e i 6500 euro a pezzo (30 minuti a documentario).

La scelta della produzione interna riuscirebbe conseguentemente anche a recuperare e valorizzare professionalità aziendali, formate anche dalla stessa Rai, che negli ultimi anni sono state sottoutilizzate o addirittura ignorate, creando in tempi relativamente brevi un gruppo di lavoro competitivo anche sul mercato internazionale.
I fondi per aprire e gestire il Laboratorio di produzione, almeno i primi anni, sarebbero da prelevare nella misura simbolica dell’uno per cento dal budget complessivo annuale di ogni rete generalista, televisiva e radiofonica. Altra parte del budget, che può essere definita solo quando ci saranno forniti i dati sopracitati relativi alle generaliste, potrebbe arrivare dal canone proprio per la natura del Laboratorio e la sua stretta missione di Servizio pubblico.
A differenza del budget per la produzione, quello per la scuola di formazione sarebbe da individuare, dopo una approfondita ricerca, nei fondi europei ad hoc (progetto Media etc) e nei possibili progetti di finanziamento di alcuni ministeri italiani come quelli di Lavoro e Università, Regione Lazio, ma anche attraverso sponsor privati.

Se i tempi per la definizione e la collocazione definitiva del progetto fossero brevi, si può ragionevolmente pensare all’avvio produttivo già dai primi mesi del prossimo anno (2014). Mentre per la scuola di formazione si potrebbe partire dalla stagione produttiva 2014-2015.
Altro punto qualificante del progetto legato alla formazione, riguarda il personale interno Rai (registi, montatori, operatori, direttori della fotografia e fonici). Da decenni Rai non ha aggiornato professionalmente queste figure fondamentali che hanno standard di base di preparazione altissimi, rispetto ai professionisti di altre emittenti e soprattutto al personale degli appalti, ma nonostante l’avvento del digitale e di nuove tecnologie e supporti che hanno rivoluzionato il proprio lavoro, come dicevamo non hanno mai avuto da Rai un aggiornamento professionale. Il Laboratorio, parallelamente alla scuola di formazione per i giovani allievi dello Sperimentale e del Rossellini, si potrebbe fare promotrice di una serie di stages per i colleghi che hanno l’esigenza di aggiornare e completare la propria professionalità.

per il gruppo di lavoro
Stefano Mencherini

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